Elio Franzini
Università di Milano
Lei è coordinatore della nuova facoltà di Comunicazione dell’università Statale. Qual è la particolarità di questo corso rispetto alle altre proposte cittadine?
Prima di tutto occorre dire che siamo partiti senza la volontà di contrapporci o con altre proposte cittadine. Come dice il titolo della laurea “Scienze umanistiche per la comunicazione” abbiamo voluto mantenere molto accentuata, all’interno delle nuove problematiche dei media, la tradizione e l’impronta umanistica, cedendo il meno possibile a certe impostazioni ora di moda …
Anche se scindere, e mi perdoni il bisticcio, media e moda, non è poi così agevole…
Certamente, allora tenterò di spiegarmi meglio. Io sono partito dall’idea che gli strumenti della comunicazione sono principalmente il linguaggio, l’immagine e l’arte, in particolare quell’arte intersoggettiva che è lo spettacolo.
Da qui i tre filoni che costituiscono questo corso: uno che approfondisce i metodi del linguaggio e dell’immagine, un altro che va verso l’approfondimento dei metodi applicati alla ricerca storico-politica, e un altro indirizzato al mondo dello spettacolo. Sono corsi dal carattere fortemente teorico e metodologico, non insegnano a diventare anchorman o subrette.
Ogni riferimento è puramente casuale….
Non riuscirà a scucirmi una parola di più a riguardo.
Avete qualche riferimento teoretico particolare?
Io ritengo che la tradizione della nostra università, e di questo progetto in particolare, sia quella di partire ciascuno con un’idea. Qui siamo tutti laici, specialmente nella mentalità, per cui non c’è un vero e proprio autore guida.
Avete avviato collaborazioni con nuovi docenti?
Sicuramente la facoltà si è molto rinnovata, come sempre accade quando si passa da quattro corsi di laurea agli otto attuali; abbiamo però utilizzato, al novanta per cento, forze docenti già attive, semplicemente adattando quello che già facevano alle nuove esigenze.
Una specie di rimpasto…
Non è un rimpasto, è solo un volersi adattare a nuove richieste, anche del mercato del lavoro. Ci siamo resi conto che il mercato chiede un approfondimento sui sistemi della comunicazione e così è nato tutto il resto.
E’ sorta recentemente una polemica tra chi vedrebbe favorevolmente una specializzazione degli atenei cittadini e chi, al contrario, ritiene salutare la concorrenza anche a costo di presentare corsi di laurea molto simili tra loro.
Qual è il suo punto di vista?
E’ giusto che ci sia la concorrenza, a patto però che non si verifichi a un livello meramente commerciale. La concorrenza è salutare perché permette di scegliere tra modelli di sviluppo differenti, offrendo più scelta e più libertà.
E’ impensabile che una città come Milano, uno dei maggiori centri culturali ed economici in Italia, non abbia, in alcuni settori, delle possibilità di scelta tra modelli diversi. Ad esempio, all’interno della Statale, il corso in Scienze della comunicazione è stato avviato sia presso la facoltà di Lettere e filosofia, a carattere umanistico, sia a Scienze politiche col nome di Comunicazione e società, con una maggiore attenzione ad aspetti sociologici e di marketing.
Però non mi toglierà mai dalla testa l’idea che c’è un po’ di gara a ingolosire i ragazzi con queste lauree a sfondo shobiz…
Noi però abbiamo scelto il numero programmato. Abbiamo avuto 1294 ragazzi iscritti al test e ne abbiamo scelti 250.
Questo mi sembra un segno di serietà…
Di serietà reale. Occorrono sforzi per offrire a questi 250 aule attrezzate e laboratori: anche con solo 50 studenti in più avremmo fatto ancora più fatica e sarebbe diminuita la qualità. Per cui il discorso su scienze della comunicazione non è un discorso economico, altrimenti ne avremmo presi 1294 superando tutti gli altri atenei cittadini…
Però avreste dovuto affittare un paio di cinema per metterli dentro…
Ma ci avremmo guadagnato parecchio. Questo però non ci interessa: a noi preme di più la qualità. Non facciamo mai discorsi puramente commerciali, siamo un’università pubblica! Consideriamo sì le problematiche della concorrenza, ma solo su base culturale.
Cosa significa per un ateneo trovarsi situato in centro città?
E’ un grande valore aggiunto, una cosa molto bella.
Io continuo a ritenere che non ci sia paragone, per esempio, tra la Sorbona e le università che sono sorte intorno a Pargi e quindi continuo a ritenere che essere in centro sia meglio, anche per quell’immagine un po’ romantica e simbolica di ciò che dovrebbe essere un’università: qualcosa di lontano da un campus all’americana ..
A suo parere esiste ancora quella che viene chiamata “comunità universitaria” o i numeri sono troppo grossi?
Non credo esista più in quell’accezione, siamo davvero in troppi. Una comunità può essere un dipartimento, però senza alcuna mitologia sul termine comunità.
Però si utilizza ancora…
Sì, ma in un senso non più proprio. Io continuo a ritenere che l’università degli Studi di Milano sia forse l’unica universitas di Milano, semplicemente perché c’è tutto, ed è quindi un’università nel vero senso della parola e in questo senso è una comunità. Da noi i problemi degli umanisti sono fatti propri dagli scienziati, e i problemi degli scienziati sono fatti propri dagli umanisti. Questo è il livello di gestione dell’ateneo.
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