Gianfranco Ferré
Stilista
Come è passato dall’architettura al figurino? Forse una sorta di impazienza innata che l’ha allontanata dai tempi lunghissimi che spesso, in architettura, intercorrono tra l’ideazione di un progetto e la sua realizzazione?
Non è stato per impazienza, o perlomeno non è stato solo per impazienza. La decisione è venuta un po' da sé, quasi senza che me ne accorgessi, a seguito di una serie di ragioni e di fattori tra loro complementari. Alla moda sono arrivato per una passione forse innata e sotterranea ma anche un po' per sottrarmi al destino di interior decorator che pareva scontato, per me come per quasi tutti i neo-architetti di fine anni Sessanta, e che allora non soddisfaceva la "mia voglia di avventura". Voglia di avventura che era anche curiosità, desiderio di scoprire, di viaggiare, di esplorare. Niente a che fare con il rifiuto nichilista dell'Occidente che allora accomunava tanti giovani. Ho colto invece al volo un'occasione di apertura dei miei orizzonti - un periodo di lavoro e di ricerca in India come consulente per un'azienda genovese di abbigliamento - che ha rappresentato anche una fondamentale occasione di crescita professionale. Altro elemento fondamentale a portarmi verso la moda è stata la passione, la necessità quasi fisica, di un rapporto diretto con la materia del mio creare. Un rapporto che da architetto non mi sarebbe stato possibile porre in atto in termini così immediati e che invece è la realtà quotidiana del mio operare. Fin dall'inizio, dai primissimi "oggetti" - bijoux ed accessori - che ho disegnato ma che ho anche fisicamente realizzato lavorando manualmente il cuoio, il metallo, la plastica. Ed ancora oggi per pensare ad un abito devo "sentire" una stoffa, soppesarla, drappeggiarla sul corpo, osservarla sotto l'effetto della luce, strapazzarla per constatarne la prestanza…
Che rapporti ha mantenuto col mondo dell’università? Forse sbaglio, ma Lei mi trasmette un’immagine di grande timidezza. Le è mai capitato di tenere delle lezioni?
Capita abbastanza spesso. Ed è capitato, qualche anno fa, anche al Politecnico su invito del professor Guido Canella che "ai miei tempi" era assistente di Facoltà. Compatibilmente con i miei impegni, mi sforzo sempre di inserire nel programma dei miei viaggi di lavoro una lezione o un incontro con gli studenti. Perché trovo stimolante il confronto con i giovani e credo sia fondamentale trasmettere alle nuove generazioni il senso del mio lavoro e l'amore con cui io lo vivo. Così mi è capitato di tenere lezioni a New York al Fashion Institute of Technology , a Londra al Saint Martin's College of Arts , poi a Tokyo davanti agli studenti del Bunka Institute e di altre scuole di moda a Pechino, a Bologna…
…La lezione più recente?
A Shanghai, alla Dong Hua University, la più prestigiosa e importante di tutta la Cina. Posso dire quindi di avere un discreto curriculum come visiting professor… A dispetto della mia presunta timidezza, che in verità è più che altro riservatezza e discrezione e che comunque si scioglie come neve al sole quando mi trovo a "raccontarmi" nel contesto giusto.
Ho pensato spesso alla possibilità del successo di una linea di arredi e decori firmata Ferré, piuttosto che Armani o Prada. Lei sarebbe il più adatto a portare avanti un discorso di questo tipo. Le pare un’idea molto astrusa?
Per niente. Tant'è che non escludo che in un prossimo futuro ci possa essere una home collection firmata Ferré. Anche se non ci si tramuta con un colpo di bacchetta magica da fashion ad interior designer, In generale, penso che la creatività sia una facoltà umana particolarmente esplorativa ed è abbastanza naturale che uno stilista di moda si occupi anche di arredamento o di decor. In questo senso giocano in positivo la consuetudine alla qualità, alla bellezza, al buon gusto, l'allenamento alla ricerca, alla sperimentazione e all'innovazione costante che non è difficile trasferire dall'abito al mobile. E rovesciando la prospettiva, da architetto che non ha mai rinnegato la sua "origine" e che, sporadicamente e privatamente, ha sempre "praticato" l'home design, sono convinto che non ci siano differenze incolmabili tra la costruzione di un mobile e la costruzione di un abito, tra vestire un corpo e "vestire" uno spazio. In entrambe le dimensioni la sfida creativa si concretizza come ragionamento in termini di linee, volumi, proporzioni come intervento sulle forme e "manipolazione" di materiali e colori.
Per la sua casa che stile ha utilizzato? Si è occupato personalmente dell’arredamento e delle ristrutturazioni?
Certamente: l'interior designer di me stesso non potrebbe essere che … il sottoscritto! Mi sembra inconcepibile affidare tout court l'arredo ed il decor della propria casa a qualcuno che poi la riconsegna chiavi in mano una volta finito il suo lavoro! Abitare per me significa vivere un ambiente, riempirlo e colorarlo di sé, delle proprie certezze e delle esperienze accumulate negli anni. Nella mia casa c'è tutto questo. C'è la mia storia e la mia voglia costante di avventura. C'è l'amore profondo per una tradizione forte di "bon vivre" che mi viene dalla mia famiglia e c'è quello che invece è solo mio, che ho scoperto girando il mondo (realmente o solo con la fantasia) conoscendo altre culture ed altri paesaggi umani. Nella mia casa, come dicevo, c'è tutto questo: la poltrona del mio studio ed i quadri che lo decorano erano nell'ufficio di mio padre e prima ancora di mio nonno, ma stanno insieme alla dormeuse cinese in ebano ed allo scrittoio francese che mi sono portato da Parigi; nel salone la stufa di maiolica austriaca sta accanto ad una poltrona rivestita di tessuto marocchino e di coccodrillo, un disegno di Modigliani è appeso sopra ad un primitivo tavolino hawaiano; in sala da pranzo la collezione di vasi cinesi in bronzo occupa per intero la mensola in marmo verde anni Quaranta…
Verrebbe voglia di venirla a trovare. Ma cambiamo discorso. A Milano si parla da anni di città della moda e di università della moda, ma la città mi pare un po’ sonnolenta… insomma, non vedo un contesto come quello nel quale è nata una Vivienne Westwood nella Kings Road degli anni Settanta. Lei crede nella capacità dell’università di muovere le acque o è sempre la società civile a far nascere i grandi movimenti e le rivoluzioni del gusto?
L'università ha il dovere di svolgere questo ruolo. Di segnare percorsi, aprire orizzonti, di essere "avanti". Fornendo a chi la frequenta strumenti e valori. E operando non come corpus separato ma come parte integrante della realtà, cogliendone dinamiche, fermenti, stimoli. È la storia che lo dimostra: le grandi rivoluzioni - politiche, culturali, economiche - scoppiano nel momento in cui l'impulso al cambiamento che viene spontaneo dalla realtà conosce una maturazione sotto forma di elaborazione ideologica.
Un neolaureato esce dall’università con due bagagli pesanti: quello delle nozioni e quello dei sogni. Cosa sogna per il suo futuro professionale l’architetto Gianfranco Ferré?
Il neo-architetto Gianfranco Ferré è uscito dal Politecnico nel 1969 ed ha inseguito i sogni che, paradossalmente, lo hanno allontanato dall'architettura. Ma nell'inseguire i sogni, non ha mai dimenticato né tanto meno rinnegato la lezione appresa nelle aule della Facoltà: metodo, logica, analisi, progettualità, coordinate entro le quali si legge tutto un percorso di lavoro e di creatività, perché sentite come elementi necessari a supportare ed integrare la fantasia, l'estro, l'immaginazione. I miei sogni di oggi? Conservare questo equilibrio strano e un po' magico tra slancio e disciplina. E, soprattutto conservare la capacità di emozionarmi, di entusiasmarmi, di appassionarmi di fronte ad ogni nuova sfida, ad un progetto nuovo, ad ogni nuovo abito che presento. Credendoci fino in fondo e mettendo tutto me stesso in quello che faccio. Il sogno più avvincente per il futuro immediato? Il ritorno all'Alta Moda…
Qual è, a suo parere, la città più elegante del mondo? Intendendo con eleganza il risultato di una combinazione non artificiosa tra gli abitanti, i palazzi e gli interni…
Parigi ha l'eleganza delle armonie e della grandeur, Londra ha l'eleganza della classe e del prestigio,Roma ha l'eleganza dell'umanità e della storia. Nessuna prepondera sulle altre. Ogni città ha la sua eleganza. Anche Milano. L'eleganza della sobrietà, della discrezione, della solidità.
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