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Fontanesi
Fontanesi Università Bicocca

Un tratto che ha caratterizzato da subito l’attività del polo universitario Bicocca è l’attenzione e la frequenza con le quali sono stati organizzati convegni e seminari. Considerate queste occasioni come importanti momenti di divulgazione dell’elaborazione culturale e scientifica o rimangono eventi nei quali l’intellettualità parla con sé stessa?

Noi abbiamo un’idea abbastanza precisa di quello che deve essere un ateneo nei termini di centralità rispetto alla società ed al mondo delle scienza, della cultura e delle professioni. In questo senso i convegni ed i seminari che promuoviamo hanno il compito di attirare coloro che, nel tessuto che ho delineato, hanno qualche cosa di importante da dire. Diversamente si rischierebbe di venire emarginati dal dibattito esterno e trovarsi in una torre d’avorio. Un secondo obiettivo è quello di venire in contatto col mondo dell’imprenditorialità e della produttività che è quello che finanzia, direttamente o indirettamente, le iniziatile dell’Ateneo. L’idea è quella di un organismo il più aperto possibile e potenzialmente trainante rispetto alla complessa società nella quale si inserisce.

Ci è parso però che gli argomenti privilegiati fossero tutti di ambito medico, fisico o economico e siano state trascurate la sociologia, la psicologia o la scienza della formazione…

Devo dire invece che il settore sociologico, del quale mi ha fatto l’esempio, mi risulta essere uno dei più attivi e proficuamente affacciati verso l’esterno. Il fatto da considerare è che si tratta di un contatto di tipo diverso, meno emergente rispetto a quello che si evidenzia nelle grandi occasioni di dibattito, ma non per questo meno profondo. La nostra facoltà di Sociologia, per intenderci, collabora regolarmente con la Provincia, con i comuni e con vari enti pubblici nella realizzazioni di importanti progetti sul territorio.

Ai tempi in cui fu approvato il progetto Bicocca, alcuni pensarono alla creazione di un superateneo sul modello dei campus anglosassoni, mentre la fisionomia che ha assunto mi pare piuttosto in linea con le grandi università europee.
A cosa attribuisce questa mania verso il sistema educativo americanoide?

Un po’ l’attribuisco al nostro caro provincialismo. Io capisco il fascino che esercita sull’immaginario un luogo come Oxford o Yale, ma non mi pare compatibile con le esigenze e le possibilità attuali della nostra Italia.
Io ho studiato alla Sapienza di Roma, luogo lontano mille miglia da un campus universitario, e confesso che l’idea ha solleticato anche me. Al momento di progettare il polo Bicocca ci siamo domandati riguardo alla possibilità di realizzare una tale struttura, ma dove avremmo potuto farla? Non certo in città, non c’è lo spazio. Ci saremmo dovuti spostare in Brianza, ma già mi immagino la tragedia.
Già siamo considerati periferici avendo sede in V.le Monza, figuriamoci se fossimo a Molteno o chissà dove ancora!. Campus significa un sistema nel quale si dorme, si fa sport, si va a messa, si studia. Occorre considerare, in un Paese dove esiste ancora il problema del diritto allo studio, i costi per le famiglie che avrebbe mantenere un ragazzo in un simile contesto.

Sappiamo essere in corso una diatriba tra gli studenti ed il governo dell’ateneo a causa dell’intenzione di quest’ultimo di far pagare la sosta nel parcheggio sotterraneo.
Come andrà a finire la faccenda?

Finché abbiamo potuto mantenerlo libero e gratuito lo abbiamo fatto ma già dall’anno prossimo potrebbe esserci qualche problema in più. Gli iscritti aumentano continuamente e con essi le macchine che affluiscono. Occorre porre rimedio ad una situazione che si farebbe presto insostenibile. Posso comunque rassicurare tutti dicendo che la cifra da pagare per accedere al parcheggio sotterraneo sarà poco più che simbolica.

Lei è famoso per essere uno stakanovista assoluto: pare che per lavorare non mangi, non beva e che sia sempre l’ultimo ad andarsene la sera ed il primo a farsi trovare in uffici la mattina.
Non sarà che, viste le dimensioni dell’edificio e la scarsità di segnaletica, la sera non riesce a trovare l’uscita e rimane chiuso dentro?

In effetti è successo che rimanessi chiuso dentro, ma è capitato soltanto una volta. Vorrei piuttosto smentire questa fama da super lavoratore instancabile che falsamente mi accompagna. E’ più che altro il senso di responsabilità che mi tiene incollato all’ufficio. Mi piace veder crescere le cose, rispettare l’impegno preso con tanti collaboratori che ho coinvolto in quest’avventura non facile e verso i quali sento di avere un debito di gratitudine.




Quali sono le difficoltà che ama superare e quelle nelle quali non vorrebbe mai imbattersi?

Quelle che sono in grado di superare sono quelle che incontro nel lavoro che so fare, il rettore. Quindi la didattica, l’organizzazione, le decisioni strategiche. Queste sono le difficoltà nelle quali amo imbattermi. Quelle che invece mi riempiono di amarezza e che delegherei volentieri ad altri le incontro quotidianamente nei rapporti esterni ed, in particolar modo, col mondo delle istituzioni. C’è una difficoltà enorme nell’essere ascoltati e si ha continuamente l’impressione di venir considerati interlocutori di modesta importanza. Specialmente a Milano, dove le università sono tante, le manifestazioni differenziate, si è gestiti come una risorsa fra le tante e non come qualcosa di unico ed irripetibile, come io vorrei. Certe volte discuto per mesi per cercare la risoluzione di un problema per sentirmi dire alla fine: “Professore, questo è un problema squisitamente politico!”. Ed è esattamente a questo punto che capisco che il problema squisitamente politico si tramuterà in uno definitivamente irrisolto!.
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