Beppe Severgnini
Giornalista
Uninetwork - Severgnini scrittore, commentatore, conduttore televisivo, corrispondente italiano di "The Economist", giornalista di successo. Lei è abituato ad intervistare, che impressione Le fa essere intervistato?
Severgnini - Mi piace. Il lavoro più duro è quello dell'intervistatore. Le persone si giudicano dalle domande, prima che dalle risposte.
Uninetwork - Lei ha fatto studi giuridici, poi ha deciso di intraprendere la carriera giornalistica. E' successo per caso o è stata, per così dire, una scelta "meditata"?
Severgnini - Direi che è stata una scelta meditata. Il giornalismo era un sogno, ma ero realista, e avevo fatto i miei conti. Se entro i trenta anni non avessi combinato qualcosa, sarei passato ad altro. La laurea in Giurisprudenza conseguita presso l'Università di Pavia mi avrebbe aperto altre strade. Così spero, almeno.
Uninetwork - Ricorda il Suo primo articolo?
Severgnini - Certo. E' uscito nel gennaio 1979 su "La Provincia" di Cremona, e si chiamava "Carrozzieri a Tahiti". Commentavo il fatto che i ragazzi di Crema andassero a fare i testa-coda sulla neve con l'automobile, e i carrozzieri potessero andare in Polinesia con i soldi delle riparazioni.
Uninetwork - Sicuramente Lei è presente, fortemente e simpaticamente presente, in tutti i suoi libri. Non la si può certo definire "un autore che sta al di là o al di fuori" della sua opera. Lei ci sta dentro e, ammettiamolo pure, ci sta anche bene. Per esempio Italiani si diventa non lascia spazio ad equivoci: è la sua storia. Come mai così giovane ha sentito l'esigenza di raccogliere in un libro gli anni della sua giovinezza?
Severgnini - Credo che la mia storia sia quella della "classe di mezzo" italiana: abbiamo attraversato gli stessi riti di passaggio, molti dei quali non hanno nulla a che fare con la politica, che se ne dica. Scuole, vacanze, viaggi, boy scout, partite di calcio, tentativi di seduzione nelle "cantine", seguendo le istruzioni di Lucio Battisti. E poi corsi in Inghilterra, università (a Pavia!), militare. Questa storia la borghesia italiana - il nome non mi fa paura - aveva il diritto di raccontarla. Aggiungo: è una storia lombarda (io sono di Crema, dove ancora abito), ma è stata letta e condivisa anche a Cagliari o a Catania. A dimostrazione che l'Italia, ci piaccia o no, esiste. A me, devo dire, piace.
Uninetwork - Lei è uno scrittore molto letto anche dai più giovani e questo Le rende sicuramente onore. I giovani di oggi sono diversi dai giovani di cui si parla nel suo libro? E se sono diversi, in che modo lo sono?
Severgnini - Domanda semplice, risposta complicata. I giovani non sono una specie zoologica: cerco sempre di non trattarli come un'entità collettiva e omogenea. Posso dire questo, però, anche se è banale: sono cambiati. Io avevo sei gusti di gelato e due canali TV; loro hanno sessantaquattro gusti di gelato e cento canali TV. La nostra alta tecnologia era il registratore portatile Philips a forma di mattonella; se avessimo visto un CD, l'avremmo scambiato per un disco volante. Però molte cose sono rimaste uguali: le ansie, il timore/amore per la moda, la curiosità, la gioia della scoperta. So che molti ragazzi di quindici/diciotto anni leggono il libro, e si divertono. Altri lo usano come arma impropria nell'eterna contesa coi genitori. "Papà, mamma: non negate! Negli anni Settanta voi facevate questo e quello!." E papà e mamma, di solito, non negano.
Uninetwork - Nel suo libro Lei ha dedicato un intero capitolo ai suoi anni "pavesi". Come mai ha deciso di frequentare l'università a Pavia?
Severgnini - Perchè Pavia mi affascinava (fiume, nebbia, mattoni rossi). Perchè c'erano andati in famiglia Severgnini (lo zio Cesare, farmacista, classe 1903). E soprattutto perchè Pavia mi dava la possibilità di restare fuori casa (a Milano, troppo vicina a Crema e ben servita dai mezzi, non avrei potuto). Arrangiarsi da soli è una cosa che tutti i ragazzi di diciotto/vent'anni dovrebbero poter fare. Io l'ho fatta, per fortuna.
Uninetwork - Ha scritto proprio tutto degli anni dell'università o è rimasto qualcosa che avrebbe voluto scrivere, ma che non ha scritto?
Severgnini - Scherza? Ci molte cose che non ho scritto. E non scriverò. Il libro dev'essere un'esperienza collettiva; non un modo per regolare le mie faccende private. Comunque, è stato un buon corso di laurea e ho avuto, in media, buoni professori. Poca pratica e poco lavoro di gruppo: questa è la mia critica principale. Ma questo era, ed è, l'eterno problema dell'università italiana, anche se qualcosa sta cambiando su questo fronte.
Uninetwork - Abbiamo parlato di Severgnini giornalista e scrittore. Parliamo di Severgnini docente universitario. Se fosse uno dei suoi studenti come descriverebbe il Professor Severgnini, docente nell'ambito della Scuola Avanzata di Formazione Integrata attivata presso lo IUSS dell'Università di Pavia ?
Severgnini - Innanzitutto, hanno la proibizione di chiamarmi "professore" (non voglio usurpare il titolo a chi quel mestiere lo fa davvero). Come mi descriverei? Mi basta che i ragazzi dicano: "Non è noioso e, senza accorgerci, abbiamo imparato qualcosa."
di Elena Montagna
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