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Fabrizio Fontana
Fabrizio Fontana
Dopo la straordinaria affermazione con Zelig, la laurea resta una delle tue prossime mete?

R: Ci proverò, anche se l’ultimo esame che mi manca è quello di statistica, una materia molto “razionale”, che ha poco a che vedere con la comicità, il personaggio di James Tont e l’arte più in generale.


Prima del fatidico 1996, che tipo di studente era Fabrizio Fontana?

Non ero il classico studente modello, studiavo tutto all’ultimo momento. Diciamo che anche se non ero molto portato allo studio, ho dato tutti gli esami.Magari invece se avessi scelto Letteratura o Filosofia sarebbe stato più adatto a me, ma al tempo non lo sapevo, pensavo ad un futuro lavoro.


Seguire i propri talenti è il miglior regalo che si possa fare a se stessi. Se però non avessi avuto l’opportunità di realizzare questo sogno prova ad immaginarti ora, laureato. Chi saresti? Un professionista felice con la passione per il cabaret? O comunque un cabarettista di professione?

Anche durante gli studi facevo cabaret nei locali e mi è sempre piaciuto, ci sono molti bravi comici “sottobosco”, come lo ero io prima del successo, che lavorano nei locali senza essere famosi.Comunque il cabaret è una mia passione e lo era chiaramente anche prima che avessi successo. Anzi forse prima ancora di più perché era più difficile affermarsi, ma io ero molto convinto ed avevo già capito che sarebbe stato possibile vivere di cabaret.

Il personaggio di James Tont come vivrebbe la vita universitaria?

James Tont lo vedo bene come studente. E’ un personaggio molto umile, uno che si applica. Uno studente molto apprezzato dai professori, che vedrebbero in lui la voglia di credere in ciò che sta facendo. Sul piano meramente razionale non prenderebbe trenta ma umanamente si meriterebbe un trenta e lode.

Cosa ne pensi dello spirito del campus universitario a cui si stanno sempre più ispirando gli atenei italiani?

Finalmente! Io ho fatto molti interventi in università come ospite ed ho chiesto ai ragazzi se gli piacesse davvero ciò che stavano facendo, le risposte positive sono state pochissime, ho visto soltanto qualche mano alzata. Tutto ciò mi ha fatto molto riflettere, innanzitutto su di me, sulla mia scelta positiva, e anche su di loro. L’idea del campus, ovvero della socialità, secondo me è determinante perché si contrappone alla mentalità razionale caratteristica delle facoltà economiche o giuridiche.


Perché spesso gli studenti non sono soddisfatti del tipo di studi che hanno scelto?

Perché secondo me l’università qui è vissuta più che altro come un mezzo per poi arrivare ad un lavoro Secondo me bisogna fare ciò che più si avvicina a quello che senti profondamente in modo tale che tu ti senta realizzato. Io volevo fare il rappresentante perché mi piaceva il contatto con la gente però non avevo considerato altri orizzonti possibili. Mio padre aveva fatto Economia e commercio, per cui scegliere questa facoltà mi sembrava la cosa più logica. Io ho fatto questa riflessione durante il mio percorso universitario, adesso sono soddisfatto, quindi il mio può essere un esempio di errore macroscopico che però poi porta ad una scelta felice. In tutte le scelte della vita, dal lavoro alla famiglia, alla compagna, all’università bisognerebbe quindi non essere condizionati da tutto quello che ci sta intorno.

Che differenze ci sono tra la tua vita e quella di un professionista, ad esempio, proprio nella quotidianità?

Paradossalmente per me quello che faccio diventa abitudine. Quasi tutto quello che mi piace corrisponde al mio lavoro. Io scrivo i miei pezzi durante la settimana, é un lavoro complesso. Certo ci divertiamo allo Zelig ma non è solo divertimento anzi dietro alla trasmissione c’è uno studio incredibile. Inoltre io viaggio molto e conosco tante persone. Il viaggio per me è determinante, mi confronto con luoghi che mi aprono la mente, mangio tipico, ascolto il dialetto del posto, guardo le bellezze naturali e culturali e mi sento gratificato.
Qui a Milano, nella mia casa un po’ “loculo” la mia fuga è la parabola. Io amo i documentari e vedo cose vere del mondo e della natura, non un computer che è una realtà virtuale o muri che mi fanno sentire rinchiuso.

Ti senti James Tont anche nella tua quotidianità, sei autoironico anche nella vita di tutti i giorni, con i suoi imprevisti e le inevitabili arrabbiature?

Penso un po’ come fanno tutti. Sbaglio, come James Tont, ho molte contraddizioni in me, infatti mi considero un po’ strano, forse anche per il tipo di lavoro che faccio, però tra i vari problemi mantengo sempre un fondo di positività. Sono come James Tont, che si auto-incasina tra tutti i problemi ma poi alla fine ce la fa.

Quando eri studente facevi anche l’animatore nei villaggi turistici, poi il cabaret in teatro e solo infine la televisione. Quando ti sei sentito conferire la licenza di far ridere?

Durante l’ultimo lavoro in un villaggio turistico, perché lì ho realizzato che se avessi scritto qualche mio testo avrei potuto lavorare come comico nei locali e guadagnare qualcosa. Ho fatto tanta animazione, in discoteca, nei centri commerciali, ho fatto persino Babbo Natale; Tutte esperienze bellissime, compreso il teatro. Per cui ho canalizzato tutte queste esperienze nel mio lavoro, che amo e che rappresenta anche una sorta di sfogo personale, un momento importante per la mia persona, per poter ironizzare sulla vita.


Tu sei anche l’autore dei tuoi testi e dei personaggi che interpreti. Da cosa è ispirata la tua creatività e soprattutto come nascono le tue battute e i tormentoni che oramai tutti conoscono a memoria?

Fondamentalmente nasce tutto dal gioco, io sono uno che gioca molto e si diverte. Mi piace giocare con la gente, guardare il mondo attraverso più punti di vista. Assumendo altri punti di vista, mi vengono delle idee ironiche ed originali, che vanno oltre la visione delle cose, diciamo, più “comune”. E’ una specie di deformazione professionale, un punto di vista che è insieme più profondo, giocherellone, originale; il mix di queste tre cose mi porta a scrivere battute e pensieri comici che vengono poi tradotti in sketch oppure in personaggi.

Pensi che le donne preferirebbero uscire con il goffo Tont o con l’affascinante Bond?

Secondo me alla fine Tont è vincente anche in questo. Di maschi che fanno i fighi, di uomini duri, veri ma finti, di uomini goffi mentalmente ce ne sono tantissimi, ne è pieno il mondo e le donne si lamentano per questo. Per cui un uomo tenero, un po’ goffo fisicamente però brillante mentalmente è sicuramente vincente con le donne.

Il tuo personaggio ha il capello impomatato, la bretella da sfigato e l’aria completamente svanita, in questo improbabile agente segreto dov’è Fabrizio Fontana?

I miei personaggi nascono assolutamente da me. C’è il deejay Elia che ha una grandissima energia, c’è il concorrente che risponde alle domande, che è la mia follia, l’originalità, poi nel mio spettacolo ci sono io come Fabrizio. Il mio carattere non è monolitico e quindi ne esprimo tutte le diverse sfaccettature. Tont è la mia parte tenere e goffa, avendo io molti pensieri nella vita, sono sempre sovrappensiero e sbaglio. Quindi Tont è come se fossi io sovrappensiero, tu mi fai le domande ed io non capisco e le interpreto in un’altra maniera. Non sempre ovviamente, a volte sono anche preciso e matematico, perché per fare televisione bisogna essere comunque un po’ delle macchine, è un lavoro artistico ma anche molto tecnico.

Per concludere James Tont saluta il Rettore …

Ti prego Rettore fammi passare statistica…Le so tutte!


Intervista di Serena Allevi
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