Un antropologo nel pallone
Ma no, qui si parla di calcio! E a parlarne è guarda caso un antropologo (nonché calciatore dilettante... ma non troppo), che ha scoperto così tante coincidenze tra lo sport nazionale e la sua disciplina da incuriosire anche il lettore che di rigori e calci dʼangolo non ne capisce troppo. Perché il calcio è un rituale, che si compie ogni santa domenica, e non solo, ed è straordinariamente ricco di simboli.
Marcel Mauss lo avrebbe definito un “fatto sociale totale”, perché coinvolge lʼattore della recita e la realtà sociale cui appartiene, lo spettatore e il giornalista. Specchio e insieme voce della società, il calcio condiziona la cultura da cui proviene e nello stesso tempo ne è condizionato. È sport, arte, creatività, fede, passione, riscatto sociale; è dramma, è mito; è gioia o amara disillusione di un paese intero. È, soprattutto, un gioco.
Ma sta diventando, troppo spesso, business, ricchezza, successo, e anche violenza, arroganza, razzismo, “calciopoli”. Per lʼautore, questo è certo, il calcio è soprattutto una straordinaria occasione (che non vuole considerare persa) di conoscenza, di incontro di popoli e culture, di proficua contaminazione, un veicolo di valori positivi, un esercizio di umanità e di godimento estetico, di umiltà e di bellezza, unʼautentica miniera di possibilità umane.
Bruno Barba è ricercatore di Antropologia presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere di Genova. Da una quindicina di anni si occupa di sincretismo religioso e di meticciati culturali in Brasile e Sudamerica. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Brasil meticcio (2004), Bahia, la Roma Negra di Jorge Amado (2004) e B. I. Exu e Pombagira (2006).










































