La scienza dei Simpson
Li ho incontrati per la prima volta una sera di maggio del
1995. Avevo da poco finito lʼuniversità. Da lì a qualche giorno
sarei partito per unʼanonima e deprimente cittadina nel cuore
del Texas, Palestine. Una cittadina che più americana non si
può, con le sue oltre quaranta chiese per meno di ventimila
abitanti, e il Wal-Mart aperto ventiquattro ore su ventiquattro
come unico luogo di ritrovo. Una cittadina destinata a vivere
il suo tragico quarto dʼora di celebrità otto anni più tardi,
il 1º febbraio del 2003, quando proprio dal cielo di Palestine
piovvero i frammenti dello Space Shuttle Columbia, esploso al
rientro in atmosfera, con sette astronauti a bordo, a causa del
distacco di un pezzo di schiuma isolante.
Dovevo raggiungere un gruppo di astrofisici dellʼallora
istituto per lo Studio e tecnologie delle radiazioni extraterrestri
del cNr. Si trovavano già lì i miei colleghi, alla Columbia
Scientific Balloon Facility (una base per il lancio di
palloni stratosferici della Nasa), per spedire un telescopio
a 40 km dʼaltitudine allo scopo di studiare la radiazione del
fondo cosmico. Eravamo preoccupati: i primi due tentativi
erano andati male, e avevamo quasi esaurito i fondi. Sarebbe
stato lʼultimo che ci avrebbero concesso, quel lancio da
Palestine.
Era dunque una domenica sera del maggio 1995, saranno
state le dieci, dieci e mezza. Mi stavo rilassando davanti alla
tv. Canale 5. Senza concentrarmi, senza nemmeno tentare di
seguire ciò che andavano dicendo alcuni orripilanti pupazzi
gialli. Li avevo già intravisti, fra uno zapping e lʼaltro. Ne avevo
anche sentito parlare, credo, dai giornali e dal tg: a quanto
pareva, erano volgari. Alcuni genitori si erano lamentati,
preoccupati che potessero esercitare una cattiva influenza sui










































