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Piazza Fontana, noi sapevamo

« Per una legione di terroristi neri è, semplicemente, «la bomba». La prima. La più devastante. La strage per antonomasia. Per gli irriducibili della destra eversiva, resta «lʼazione più riuscita». Ma anche per le contrapposte brigate dei terroristi rossi, quello stesso eccidio di innocenti fu il detonatore (la sciagurata “giustificazione” ideologica) della lotta armata: è quando si delinea lo scenario della “strage di Stato” che lʼautoproclamata avanguardia dellʼultrasinistra si arroga il diritto di sparare. Per i familiari delle vittime, per tutti i cittadini che non dimenticano, è una ferita ancora aperta nella storia dʼItalia.

La strage di piazza Fontana è il nostro 11 settembre. Il giorno della perdita collettiva dellʼinnocenza. La lunga stagione dellʼodio politico, degli omicidi mirati e delle bombe indiscriminate comincia a Milano il 12 dicembre 1969. Cʼè un prima e cʼè un dopo quella data, nella vita della nostra democrazia pericolante, ma oggi non ne parla quasi più nessuno, tanto meno nelle scuole. Nel clima di revisionismo orwelliano che domina il paese, conviene che i più giovani sappiano poco e capiscano nulla della grande bomba, quella che inaugurò la serie nera di attentati che, dalla Calabria a Bologna, hanno insanguinato lʼItalia per più di un decennio.

Quarantʼanni di inchieste, processi e controinchieste hanno partorito una verità dimezzata: sentenze definitive autorizzano a scrivere che pezzi di Stato (ufficiali dei servizi segreti e dirigenti di polizia, allʼombra di ministri) hanno cancellato prove, zittito testimoni, favorito latitanti, per deviare le indagini giuste, quelle che puntavano troppo in alto. Ma per la strage che ha cambiato la nostra storia non cʼè ancora un solo condannato. Un vuoto giudiziario, più apparente che reale, che autorizza i malintenzionati a mescolare colpevoli e innocenti, anarchici e neonazisti, segreti veri e misteri inventati in un caotico calderone nerofumo.

La prima cosa da tenere ferma nella memoria che lʼItalia sta perdendo è che un pezzo di verità giudiziaria esiste anche su piazza Fontana. E una conseguenza è che qualche protagonista dei processi dimenticati, come il generale Gian Adelio Maletti, sicuramente custodisce altri capitoli di una più ampia verità storica, finora indicibile. Quarantʼanni fa la “strage di Stato” sembrava uno slogan della sinistra. Ma oggi è proprio questa la realtà innegabile che ci regalano i fatti e i processi che hanno potuto ricostruirli: la diversità delle stragi nere, rispetto ai terrorismi che in altri paesi hanno magari seminato ancora più morti, è che in Italia cʼera una parte dello Stato che combatteva contro lo Stato democratico. Per spazzare via la nebbia delle false revisioni, si può ricominciare da qui a rimettere in fila i fatti così faticosamente accertati da quei magistrati e poliziotti che si sono trovati a dover combattere per lo Stato, quello di diritto, che rappresenta tutti i cittadini, contro altri pezzi dello Stato, quello autoritario, che dichiara di difendere i poteri visibili e tutela quelli occulti.

La bomba scoppia nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 nel salone gremito di folla della Banca Nazionale dellʼAgricoltura, che non doveva affatto essere deserto, come amano far credere i turbo-garantisti a senso unico, perché ogni settimana ospitava il mercato dei mediatori. Lʼesplosione ferma lʼorologio centrale alle 16.37. Ai sedici morti e ottantaquattro feriti più gravi, si aggiungerà poi la diciassettesima vittima, martoriata più a lungo dalla strage. Un secondo ordigno, inesploso, viene recuperato alla Banca Commerciale di piazza della Scala. A Roma altre tre bombe quasi contemporanee feriscono seriamente altre quattro persone, tra unʼaltra banca e lʼaltare della patria. La strage di Milano scuote dalle fondamenta unʼItalia in tensione dopo un autunno caldo di lotte operaie e proteste studentesche.

La polizia politica (Ufficio affari riservati) e il servizio segreto militare (che allora si chiamava Sid, Servizio informazioni Difesa) indirizzano immediatamente le indagini verso la sinistra. Come presunto esecutore viene arrestato un ballerino anarchico, Pietro Valpreda, identificato da un tassista che sembra un teste inattaccabile, perché ha la tessera del Partito comunista italiano: quel riconoscimento, stabilirà il processo, fu però manipolato dal questore Marcello Guida. La notte del 15 dicembre, nei primi interrogatori dopo la retata degli innocenti, muore il tesoriere del gruppo anarchico milanese, il ferroviere Giuseppe Pinelli, precipitando da una finestra della questura. Versione ufficiale raccontata in conferenza stampa dai capi della polizia milanese: si è ucciso «con un balzo felino» perché era colpevole. La sinistra non ci crede. Ai funerali delle vittime in Duomo, in una Milano gelida e buia alle 11 del mattino, si presentano migliaia di operai, e i familiari delle vittime rifiutano istintivamente lʼabbraccio del ministro. Alcuni dei migliori giornalisti italiani cominciano per la prima volta a indagare e demolire la versione ufficiale.

Nel 1972, il commissario Luigi Calabresi, ingiustamente indicato come responsabile dellʼomicidio di Pinelli, viene assassinato da due militanti di Lotta continua, su mandato di Giorgio Pietrostefani, il loro capo militare e primo mandante, e di Adriano Sofri, il leader politico: arrestati solo nel 1988, grazie a un pentito che molti cercano di screditare, vengono condannati dopo un processo interminabile. Sulla strage di piazza Fontana, per i primi tre lunghissimi anni, le indagini continuano a senso unico. La pista anarchica crolla solo a partire dal 1971, quando in Veneto viene scoperto per caso, durante una ristrutturazione, un arsenale murato di armi ed esplosivi. Il covo appartiene a un estremista di destra, legato al gruppo di Giovanni Ventura, piccolo editore a Treviso, e Franco Freda, libraio neonazista a Padova. Grazie a quel clamoroso riscontro ormai insperato, i magistrati veneti Giancarlo Stiz e Guido Calogero possono riaprire unʼindagine forzosamente archiviata, che era nata dalle rivelazioni di un amico di Ventura, lʼinsegnante Guido Lorenzon.

Segreti filtrati a caldo, subito dopo la strage, quando il professore si sente confessare da Ventura, nel tentativo di coinvolgerlo, che le bombe di Milano e Roma sono state collocate da un gruppo terroristico di cui fa parte. Gli anarchici non cʼentrano niente. La strage è opera di un nucleo segreto di estremisti di destra. Che beneficia di altissime protezioni politiche e militari. Ed è finanziato da grossi industriali nazionali. Che sognano un colpo di Stato per fermare lʼavanzata elettorale del Partito comunista italiano. Come in Grecia. Il golpe sperato, però, non cʼè stato, per cui bisognerà far scoppiare altre bombe, fa capire Ventura allʼamico.

Lorenzon, terrorizzato, scrive un memoriale e lo consegna al suo avvocato, che lo porta a Stiz. La pista nera viene però insabbiata, e non dal giudice. Solo due anni più tardi, grazie al ritrovamento dellʼarsenale nascosto da Ventura a Castelfranco Veneto, i magistrati scoprono che Freda era stato addirittura intercettato, per tutta lʼestate del 1969, da un onesto commissario della polizia di Padova. Lʼideologo neonazista parlava apertamente di attentati e di timer. Ma il commissario era stato rimosso e le sue intercettazioni occultate dai capi. Recuperate le telefonate scomparse, in cui si parlava tra lʼaltro di una riunione strategica dei terroristi di destra tenutasi a Padova il 18 aprile 1969, cioè alla vigilia delle prime esplosioni, lʼistruttoria veneta viene trasmessa a Milano. Dove il giudice Gerardo DʼAmbrosio e i pm Luigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini (che verrà assassinato nel 1979 dai terroristi rossi di Prima linea) cominciano finalmente ad accumulare prove contro il gruppo di Freda e Ventura.

Pietro Valpreda, liberato dopo tre anni di carcere preventivo, verrà assolto già nel primo processo sulla strage. Lʼanarchico dato in pasto ai giornali come «il mostro» era innocente. Le indagini dellʼultimo decennio hanno riconfermato che fu incastrato per superiori esigenze politiche. Nel processo più recente, sono stati sentiti decine e decine di ex terroristi di destra e neppure i più irriducibili hanno provato a rilanciare la pista anarchica. A dubitare ancora di Valpreda è solo Giulio Andreotti, il sette volte presidente del Consiglio, salvato per prescrizione dallʼaccusa di complicità con Cosa nostra fino al 1980. Il Divo sempiterno della politica italiana cita come unica fonte dei suoi sospetti la «storia del cappotto»: un elemento che, però, come spiegava già la sentenza di trentʼanni fa, era in realtà favorevole alla difesa dellʼanarchico, che per primo ne aveva parlato per smentire la versione dellʼattentatore con lʼimpermeabile sul taxi, raccontata dalla polizia.

A Milano, intanto, la nuova istruttoria sulla strage accumula indizi sempre più pesanti contro i «disintegratori del sistema » riuniti sotto lʼombrello politico di Ordine nuovo, lʼorganizzazione poi confluita nel Movimento sociale italiano e che aveva come leader nazionale lʼonorevole Pino Rauti. I magistrati accertano, tra mille altre scoperte, che valigie uguali a quella contenente la bomba rimasta inesplosa (che aveva uno speciale cordolo con il prezzo) furono vendute a Padova, pochi giorni prima della strage, a un cliente straordinariamente somigliante a Freda: la questura lʼaveva saputo subito, ma aveva taciuto. Mentre a Milano, la polizia politica faceva incredibilmente esplodere la bomba rimasta intatta, dimenticandosi però di farne sparire la fotografia con il cordolo.

La conferma più importante arriva dalla perizia tecnica sui timer utilizzati per i cinque attentati del 12 dicembre: sono esattamente identici ai cinquanta acquistati personalmente da Freda, che non sa dire dove siano finiti e che improvvisa di averli ceduti a un fantomatico capitano palestinese, Hamid, mai rintracciato perché inesistente.

Lʼindagine sale al secondo livello quando i magistrati sequestrano, in una cassetta di sicurezza, i rapporti scritti da Ventura al suo referente nei servizi, Guido Giannettini, agente segreto stipendiato dal Sid con la copertura di giornalista (il primo di una lunga serie): il gruppo terroristico di Freda e Ventura, insomma, riferiva direttamente a un uomo del Sid. Per mesi, i vertici del servizio segreto militare oppongono ai magistrati il segreto di Stato. Il primo a farlo cadere è Andreotti, che ne parla a sorpresa in unʼintervista (spiazzando gli alleati di governo), quando ormai i giudici milanesi sanno tutto. La svolta definitiva si profila nel 1973, quando Ventura, in carcere, confessa la propria partecipazione a tutti gli attentati preparatori della strage: dagli ordigni allʼuniversità di Padova e alla fiera di Milano, per cui erano stati arrestati ingiustamente altri anarchici, fino allʼondata di bombe sui treni dellʼestate 1969. Anche se Ventura ammette solo gli attentati rimasti (per fortuna) senza vittime, la sua “semiconfessione” sembra lʼinizio della fine per tutti gli stragisti. Invece, da quel momento, si scatena la reazione. Almeno due ufficiali del Sid organizzano la fuga allʼestero degli accusati di terrorismo che potrebbero parlare: i servizi forniscono persino i passaporti di copertura, cioè veri documenti con false generalità, e finanziano la latitanza dei ricercati. Poi, proprio mentre il giudice DʼAmbrosio firma un mandato di comparizione per lʼammiraglio Henke, il numero uno del Sid, la Corte di cassazione trasferisce lʼintero processo a Catanzaro. Per “legittimo sospetto” nei confronti dellʼambiente giudiziario di Milano: una leggina che troverà nuove fortune con i governi Berlusconi. Anarchici e neofascisti, dunque, verranno processati insieme, come se fossero sullo stesso piano. I familiari delle vittime protestano per lo «scippo», la stampa democratica tuona contro Roma «porto delle nebbie», i magistrati milanesi non possono più indagare. Prima di perdere ogni competenza, il pm Alessandrini scrive in una notte un atto dʼaccusa memorabile per umiltà e chiarezza, che consente a DʼAmbrosio di chiudere lʼistruttoria prima che altri possano insabbiarla.

In Corte dʼassise, a Catanzaro, sfilano i vertici del potere politico, da Andreotti a Rumor e Tanassi, che si contraddicono o non ricordano. Le udienze più importanti vengono trasmesse in diretta televisiva dalla Rai. Nel 1979, Freda, Ventura e Giannettini vengono condannati allʼergastolo. Ma in Appello sono tutti assolti dallʼaccusa di strage. Dopo due annullamenti, la sentenza diventa definitiva nel 1987. Le motivazioni dellʼassoluzione sono stupefacenti: è vero che i timer delle bombe erano identici a quelli di Freda, ma astrattamente non si può escludere che qualche terrorista rimasto ignoto ne abbia usati altri dello stesso modello, mai ritrovati. La sentenza finale, comunque, conferma che Freda e Ventura sono terroristi di estrema destra e li condanna a quindici anni di reclusione per ventuno dei ventidue attentati del 1969: tutti tranne piazza Fontana. Condanna definitiva anche per il generale Maletti e per il capitano Labruna, per il conclamato favoreggiamento della fuga dei ricercati. Ventura, protetto dalla dittatura in Argentina, non ha mai scontato la pena. Nel 1980, quando i magistrati milanesi (quelli che indagano sul banchiere Sindona per lʼomicidio Ambrosoli) scoprono le liste della P2, tra gli affiliati alla loggia di Gelli spuntano, insieme a tutti i vertici dei servizi, anche Maletti e Labruna.

Negli anni Novanta, dopo una seconda ma inutile maxiistruttoria contro altri camerati di Freda — tra cui spicca Massimiliano Fachini, sempre assolto dal concorso in strage — il giudice Guido Salvini riapre le indagini, partendo da un soprannome scoperto dai magistrati del primo processo di Catanzaro, quelli che avevano condannato tutti i neri: zio Otto, il fornitore dellʼesplosivo. È Carlo Digilio, condannato nel processo veneziano del pm Felice Casson contro Ordine nuovo e quindi fuggito a Santo Domingo. Arrestato, Digilio si pente e accusa Carlo Maria Maggi, lʼex reggente degli ordinovisti per il Triveneto, e Delfo Zorzi, latitante a Tokyo, dove è diventato milionario. Ma anche il nuovo processo finisce come il primo: tutti condannati in primo grado, tutti assolti in Appello e Cassazione, perché «la prova è rimasta incompleta». Con implacabile legalismo, la Suprema corte impone ai familiari delle vittime di pagare le spese processuali. Sembra una giustizia capovolta, che condanna le vittime invece dei colpevoli.

Ma nessuna condanna non significa nessuna verità. La stessa sentenza definitiva della Cassazione, infatti, spiega, ai pochi che lʼhanno letta, che le nuove prove raccolte negli anni Novanta rendono storicamente certa «la responsabilità di Freda e Ventura per la strage di piazza Fontana», che fu organizzata ed eseguita dal loro «gruppo eversivo costituito a Padova nellʼalveo di Ordine nuovo». Una condanna morale che non può avere «effetti giuridici» perché i due neonazisti sono già stati «irrevocabilmente assolti» nello storico processo di Catanzaro. Altro colpevole non punibile, come conclude sempre la Cassazione, è il pentito Carlo Digilio, che dunque non va assolto, ma può salvarsi con la prescrizione. Quando ammette la sua complicità, precisa la Suprema corte, Digilio è «credibile», ma la sua confessione è «parziale», perché di fronte alla strage tenta falsamente di «ritagliarsi un ruolo di osservatore spinto da un incarico di intelligence per i servizi americani». Proprio le sue pasticciate rivelazioni sulla Cia, che sembravano la grande novità dellʼinchiesta di Salvini, diventano così un boomerang, come i troppi «colloqui investigativi» con un carabiniere del Sismi, che ha finito per fornire al pentito i dati sugli esplosivi, anziché riceverli da lui. Un disastro istruttorio, aggravato dallʼictus che nel frattempo ha fatto perdere la memoria a Digilio (quasi fosse la metafora di un paese): una cattiva gestione dellʼunico pentito che ha finito per rovinare anche lʼeffetto della «veridicità e genuinità» delle accuse dellʼaltro testimone chiave, Martino Siciliano, che lʼimputato Zorzi avrebbe corrotto nel tentativo di farlo tacere. Rientrato in Italia dopo lʼimmancabile fuga allʼestero, lʼex ordinovista ha scelto di deporre «per rispetto del dolore dei familiari delle vittime». Siciliano, però, ha potuto riferire solo ciò che sapeva: la prima fase del programma stragista, fino alle bombe sui treni.

Ora i magistrati della procura di Milano hanno aperto unʼultima istruttoria, ancora senza indagati, nel tentativo di scoprire altri spezzoni di verità giudiziaria. La nuova inchiesta parte dalla testimonianza, al processo per la strage di Brescia, del neofascista Gianni Casalini, che negli anni delle bombe nere fu un informatore (con il nome in codice di “fonte Turco”) del Sid di Maletti. E che ora ha confessato di aver collocato personalmente due ordigni sui treni alla stazione di Milano, nellʼagosto 1969, insieme a Ivano Toniolo, un giovane pupillo di Freda misteriosamente sparito dallʼItalia ancor prima che cominciassero le indagini sui terroristi neri. Tutto questo, Casalini lʼaveva raccontato già allora agli uomini di Maletti che, invece di informare i magistrati, ha fatto sparire tutte le carte.

Ora, forse, il generale comincia a essere stanco di essere lʼufficiale di grado più alto a sopportare tutto il peso dei depistaggi di piazza Fontana. Tra tanti segreti ormai sepolti insieme ai loro custodi, solo un personaggio del suo livello potrebbe in dicare le complicità superiori, le coperture internazionali. E i nomi dei mandanti che nessuna inchiesta ha ancora svelato.

La notizia più bella, a questo punto, è che nellʼItalia di oggi ci sono tre giovani giornalisti di straordinario talento che hanno ancora voglia di scavare nei segreti di Stato, di studiare montagne di atti processuali e di affrontare viaggi e rischi di una missione in Sudafrica per interrogare, più che intervistare, il generale Maletti. Per capire le sue parole, i suoi silenzi, le sue allusioni, forse basta riprendere in mano la relazione finale della storica commissione parlamentare dʼinchiesta, presieduta da Tina Anselmi, sulla loggia massonica segreta Propaganda 2, per gli amici P2. Una sintesi straordinaria di un lavoro esemplare, ovviamente screditato da chi ha opposti interessi: un documento di poco più di cento pagine che spiega con chiarezza che le due vite della loggia filo-atlantica rappresentata da Licio Gelli, poi condannato come bancarottiere del crac Ambrosiano e depistatore della strage di Bologna. A farla breve, nel quinquennio 1969-74, gli anni delle stragi, nella P2 entrano soprattutto le gerarchie militari, riunite nel segno dellʼautoritarismo e del golpismo, mentre la loggia di Gelli finanzia segretamente i terroristi di destra. Poi cambia lo scenario internazionale: negli Stati Uniti lo scandalo Watergate abbatte il presidente Nixon, innescando un effetto domino che in Grecia, per esempio, fa cadere il regime dei colonnelli. Mentre in Italia i terroristi rossi cominciano a uccidere, per cui la destra eversiva non ha più bisogno di mettere le bombe per spaventare gli elettori di centro e criminalizzare lʼopposizione di sinistra.

Fatto sta che nel 1976 anche la P2 cambia linea. Basta eversione, ora si reclutano banchieri, imprenditori, finanzieri, politici, funzionari, giornalisti e magistrati, per un nuovo progetto sintetizzato nel cosiddetto “piano di rinascita democratica”: una specie di golpe bianco, che prevede di conquistare le istituzioni e svuotare la democrazia dallʼinterno, senza violenza visibile. Per cambiare unʼItalia che votava sempre più sinistra, per esempio, la ricetta era di cambiare la cultura popolare importando il modello americano della tv commerciale: parola dʼordine, «dissolvere il monopolio pubblico televisivo in nome della libertà dʼantenna».

Perché continuare a scavare nei segreti di piazza Fontana? Perché insistere ancora oggi a fare domande ai vecchi protagonisti della strategia della tensione? Forse perché in Italia hanno vinto loro.»