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Edoardo Bennato

Uninetwork - L'idea di questa rubrica/intervista nasce proprio da una suggestione che ci hai offerto tu con la tua immagine del "rinnegato", che noi abbiamo utilizzata per indicare chi ha frequentato l'università per intraprendere poi, nella vita, tutt'altra professione. Se pensi che saresti potuto essere un architetto rampante, sei percorso da un brivido o pensi a questa possibilità con interesse?


Bennato - Ormai mi sono abituato a pensare ai sogni come a qualcosa che si può realizzare. Ricordo che da bambino, quando mi si poneva la tipica domanda su cosa volessi fare da grande, io rispondevo l'architetto. Quindi per me è tutt'oggi un anelito, qualcosa di più profondo che una semplice possibilità tra le altre. Se ti ricordi, sul mio album del '75, "Io che non sono l'imperatore", riportavo in copertina il mio progetto per la costruzione della metropolitana di Napoli a confronto con quella del piano regolatore. Adoro l'architettura, e l'unico brivido che mi percorre è il pensiero rivolto ai mostri che vengono concepiti e realizzati nelle progettazioni moderne. Dovremmo imparare qualcosa dal nomadismo degli indiani d'America che smontavano i loro villaggi quando si accorgevano di compromettere l'equilibrio naturale. Diciamo che in questo momento mi considero un architetto che sta raccogliendo parametri in giro per il mondo a braccio della memoria.
Uninetwork - La Milano che hai conosciuto tu era percorsa da grandi fermenti politici ed ideologici. Oggi da quel punto di vista la città è sicuramente più sonnolenta anche se stanno intervenendo fenomeni come l'immigrazione a svegliarla dal torpore. Cosa cova sotto la cenere, a tuo parere?


Bennato - Milano è una città che difficilmente si intorpidisce in quanto è da considerare latitudinalmente esposta. A mio parere è la latitudine che determina il modo di vivere e di pensare dei singoli individui. A Copenaghen si ragiona in un modo, a Milano in un altro a Catania ed al Cairo differentemente ancora. Non è una questione di buoni o cattivi ma di ambiente, stagioni, di caldo e di freddo. Gli albori delle civiltà si sono avuti grazie allo spostamento di popoli e culture che passavano il loro bagaglio culturale a popoli più settentrionali e così via. C'è stato un periodo nel quale Roma dominava incontrastata. Negli ultimi centocinquant'anni tutti gli imput di carattere tecnologico, estetico ed etico arrivano dal nord del mondo, da Seattle, da Londra, dal Canada.


Uninetwork - "Dotti medici e sapienti" o "In fila per tre", "Il professor cono" (tra le mie preferite) sembrano utilizzare la metafora dell'accademismo e dell'istruzione per scagliarsi contro un orizzonte più largo di condizionamenti ed indottrinamenti portati avanti dalla cultura egemone. Per un'artista come te che si affaccia al duemila, quale potrebbe essere una nuova fonte di ispirazione per scagliarsi contro l'omologazione?


Bennato - Un'artista ha il compito di scagliarsi contro l'omologazione perché vive una situazione di privilegio rispetto a chi, costretto dai doveri, dalle difficoltà o dall'interesse speculativo vi rimane dentro. Io penso che una categoria di persone che hanno la possibilità ed il dovere di muovere un po' le acque siano gli studenti universitari. Gli artisti e gli universitari hanno in comune il vantaggio di essere in un certo modo, anche se temporaneamente, al di fuori del meccanismo produttivo. E da qui la possibilità di andare contro, di provocare, di organizzare forme intelligenti di boicottaggio.



Uninetwork - Anche se poi il compito dell'università è quello di prepararli ad entrarci al meglio nel sistema...


Bennato - Ovviamente è così, rimane un fatto generazionale. Molti di voi si stupiranno nel trovarsi molto diversi da com'erano ai tempi degli studi. Ti faccio un esempio limite. Pensa a D'Alema. Uno che per anni, da studente ed attivista, ha manifestato sempre e comunque contro gli americani e una volta detenuto il potere si è sorpreso a difenderlo presso di loro.

Uninetwork - Giochiamo un po' a fare gli architetti e ricostruiamo tre edifici simbolo del passato recente di Milano: il Palazzo di Giustizia, lo stadio di S. Siro ed il palazzo della Borsa. Colori, forme, funzionalità: come li avrebbe progettati Bennato Arch. Edoardo?


Bennato - Il mio approccio con la progettazione è molto semplice: partire dalle esigenze, dalle funzionalità. Se pensi alle forbici, per esempio, che per anni hanno avuto l'impugnatura che non teneva conto dell'asimmetricità della mano finché qualcuno ha pensato di fare la parte per il pollice più lunga di quella dell'indice. Sembrerebbe un criterio scontato ma non è così. Per lo stadio avrei utilizzato un grande avvallamento naturale. Mi paiono un po' artificiosi tutti questi sviluppi verso l'alto. Il palazzo della Borsa e quello di Giustizia sono talmente brutti che adesso, così su due piedi, non saprei proprio da dove cominciare.

Uninetwork - Tu hai legato la tua vita, la tua ispirazione e la tua immagine a Napoli, ma so che Milano è una città a cui professionalmente devi molto. Se potessi obbligare i napoletani ad imparare qualcosa dai milanesi e i milanesi dai napoletani, quale aspetto culturale o comportamentale sceglieresti?


Bennato - Esiste una città in Italia i cui cittadini possiedono il meglio dei milanesi e dei napoletani: Bologna. I bolognesi mantengono la tipica solarità mediterranea e la conciliano con la praticità che caratterizza le genti del nord Europa. Sono forti!.

Uninetwork - Un saluto?


Bennato - Statemi bene e, autoparafrasandomi, non fatevi cadere le braccia! Ciao!!!!
24-05-2002