Guillaume Prébois - Il giro del Mondo

Tredicimiladuecento chilometri in bicicletta in meno di 3 mesi, 69 tappe, 5 giorni di riposo, 6 di trasferimenti, con una media quotidiana di 191 chilometri. Guillaume Prebois si differenzia da tutti gli altri sia per la sua brevità sia per l’ineguagliabile sfida che ne è stato il motore: pedalare 200 chilometri per 80 giorni senza spazio per riposo o malattia.

Non basterebbe un romanzo per descrivere l’incredibile susseguirsi di eventi, sfide e imprese che in 37 anni Guillaume Prebois ha collezionato come giornalista e atleta, tra l’Italia e la Francia. Lo abbiamo incontrato per un racconto in prima persona di quest’ultima emozionante avventura.

Ci può raccontare il “suo” Giro del Mondo in 80 giorni? Da dove è partito? Dove è arrivato? Quali Paesi ha toccato? Come ha effettuato gli spostamenti intercontinentali?
L’idea di fondo era di ripercorrere in bici uno dei grandi classici della letteratura di viaggio francese, “Il giro del Mondo in 80 giorni”, scritto da Jules Vernes. I cambiamenti geopolitici e la situazione del pianeta, 137 anni dopo la pubblicazione dell’opera, mi hanno costretto a cambiare alcune parti dell’itinerario, ma, tutto sommato, sono partito sulle orme di Phileas Fogg, il gentleman britannico, protagonista del romanzo. Con me, c’erano due amici, Chris e Bruno, che guidavano il camper. Fra i continenti, si viaggiava in aereo (lasciando il camper a noleggio all’aeroporto. Sono partito da Parigi l’8 luglio, ho attraversato la Francia, tutta l’Italia. Poi il traghetto da Brindisi mi ha portato in Grecia. Ad Atene, ho finito la parte Europea. Da li sono volato in India, a Cochi. Fuggendo in monsoni ho pedalato 1600 chilometri fino a Chennai, costa est, in un caldo tropicale. Poi, c’era tutta l’Australia da attraversare, da Perth fino a Sydney, coast to coast. In mezzo? Deserto, 3000 chilometri senza nulla, un benzinaio ogni 300 chilometri e basta. A Sydney, felice ma stanco, sapevo di dover ancora soffrire negli USA. Difatti, da San Francisco a New York, fu terribile: caldo, deserto, montagne a 3000 metri di quota, poi le salitelle dell’est che distruggono le gambe. Restava il ritorno a Parigi via Londra, gli ultimi 550 chilometri, resi difficili dal fuso orario da digerire e dalla stanchezza generale, ma anche dallo stress di un infortunio all’ultimo minuto che mi avrebbe rovinato tutta la corsa. Ma ce l’ho fatta, il 25 settembre, 80 giorni dopo la partenza, il sogno è diventato realtà.

Come sono nati i suoi progetti come l’AutreTour e questo Giro del Mondo?
Credo che nella vita ci sia bisogno di sognare e di evadere dalla grigia quotidianità. Abbiamo tutti un cellulare, una tv al plasma, un computer, Internet, la comunicazione è onnipresente, ma il virtuale non appaga. Aria, nuovi orizzonti, albe fresche, tramonti esotici, sono merce rara, ma fondamentali allo spirito di ciascuno. Abbinando la performance atletica al viaggio ho sempre voluto aprirmi una finestra per scappare, proponendo alla gente che legge il mio diario di viaggio di salire metaforicamente sul portabagagli. Nel 2007 e nel 2008, quando ho corso il Tour de France e poi i tre grandi giri nazionali (Giro, Tour e Vuelta), l’obbiettivo era dimostrare che il nostro organismo capace di grandi cose senza prodotti farmaceutici. Ero controllato dall’antidoping e dai medici. I risultati fisiologici sono diventati una tesi di medicina dello sport. Se io, giornalista, sono riuscito a correre a 31 di media il Tour, da solo, nel traffico, senza massaggi o altro, si capisce che lo possono fare anche i professionisti onesti. Quindi, il “tutti dopati” non è vero.

L’AutreTour sembra una sfida al mondo del professionismo, ormai malato, quasi a voler dimostrare che un “ciclismo pulito” è possibile. Questo Giro del Mondo è forse una sfida che l’uomo Guillaume ha voluto fare a se stesso? Con quale spirito l’ha affrontato?
Dopo L’Autre Tour e I Tre Grandi Giri, mi pareva di aver esaurito le battaglie contro il marcio nel ciclismo. In cos’altro mi potevo cimentare? Il Giro del Mondo è il classico sogno nel cassetto di chiunque. Proponendolo in 80 giorni, si entrava in una dimensione sportiva intrigante, 4 volte la distanza del Tour de France! Sono partito con la voglia di divertirmi, anche se consapevole che un fallimento sarebbe stato duro da mandare giù perché Le Monde pubblicava le mie cronache in ultima pagina e non volevo deludere chi mi aveva dato fiducia. Per togliermi la pressione, viaggiavo alla giornata. Oggi si arriva lì, poi, domani, si vedrà. Ed ha funzionato.

Che cosa la spinge, qual è la “molla” che la porta a compiere queste straordinarie imprese? C’è anche una componente affettiva e personale?
Me lo chiedo anch’io! Probabilmente la volontà di sfuggire al dramma della vita. Chi con lo sport, chi con la politica, chi con le donne, chi con i cavalli, chi con l’arte...cerchiamo tutti di dimenticare che la vita è una bestiaccia. Poi, non essendo sposato, non mi pesa il lasciare familiari, bambini...So che durante queste sfide invecchierò di più perché il corpo soffre, ma tornerò a casa ricco di esperienza e incontri. Ogni sfida completata mi rende più maturo e conscio dei miei mezzi.

Per portare a termine imprese di questo genere sono parimenti importanti i rapporti con sponsor e media. Come è riuscito a mettere d’accordo la 82 sua filosofia, i media e gli sponsor? In questo ambito ha incontrato anche delle resistenze?
Essendo giornalista, ho avuto la fortuna di avere il supporto dei miei datori di lavoro, cioè RFI (Radio France Internationale) e Le Monde. Stranamente, molti colleghi hanno preso le distanze da me, spacciandomi per uno che si voleva mettere in mostra. Come diceva Oscar Wilde, per essere popolari, bisogna essere mediocri, chi si contraddistingue si fa nemici. Detto questo, gli sponsor tecnici mi hanno fornito il materiale (ma niente soldi). Ovviamente, quando una persona parteggia per l’onestà, critica le menzogne del Sistema, non può essere appoggiata da questo stesso Sistema. Me l’aspettavo. Anche i professionisti e gli addetti ai lavori mi hanno attaccato. Tuttavia, si è molto parlato delle mie iniziative e sono felice di aver tirato una pietra nello stagno.

Parlando di emozioni e sentimenti, quali porterà sempre con sé? Quali vorrà dimenticare?
Paradossalmente, i sentimenti si sovrappongono durante questo tipo di esperienza e vi resta solo una sensazione finale. Ma direi che il mio arrivo sui Campi Elisi, fine dell’Autre Tour, è stata una gioia immensa dopo tanta pressione sulle spalle perché tutto l’ambiente del Tour mi tifava contro. Fu una liberazione. Recentemente, l’arrivo davanti alla sede di Le Monde, capolinea del Giro del Mondo, fu ancora un lieto momento. Quando ho sentito le grida, gli applausi, ho pensato: ecco, è fatta. Aspettavo questo momento dal primo giorno... Vorrei invece dimenticare l’astio dei corridori professionisti e dell’ambiente ciclistico. Quando li incontravo negli alberghi (soprattutto durante i Tre Grandi Giri), erano scortesi e irridenti.

Per concludere un’immagine, un’icona: c’è sicuramente stato un momento più bello ed emozionante di altri, vuole raccontarcelo?
In questi 3 anni, ho incontrato tante persone e visto tante cose. Ma, di quest’abbondanza, mi tengo stretto un incontro durante L’Altro Tour, 2007. Stavo pedalando su una salita alpina, quando mi si avvicina un quarantenne, su una bici d’altri tempi. Particolare: scalzo (nè calzini, nè scarpe). Mi segue. Accelero. Segue, capace di tenere un ritmo pazzesco. In cima, mi fermo e gli chiedo chi è. Fa fatica a parlare, è timido. Poi mi spiega che soffre di autismo e si cura con la bici. Si chiama Jean, ha una forza straordinaria nel corpo. Quest’inverno è diventato campione di Francia di canottaggio nella sua categoria d’età. Siamo rimasti amici.

www.guillaumeprebois.com 30-11-2009